Approfondimenti

C’era una volta un re: lo storytelling della formazione

Il magico potere delle storie

Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma racconta loro la nostalgia per il mare vasto e infinito.
Antoine de Saint-Exupéry

Essere bravi formatori significa facilitare la comprensione e la memorizzazione dei contenuti didattici, essere esigenti con se stessi e domandarsi: riusciranno i miei allievi a ricordare tutto? Sì, se usiamo il potere delle storie. Le storie affascinano il nostro cervello, hanno potere di mandarci in trance narrativo da ascolto e imprimersi nella nostra memoria per diventare parte di noi. Lo storytelling rappresenta l’insieme di tecniche e strumenti per portare le emozioni nei processi formativi.
Ma come funziona la memoria?
La memoria non ha limiti di capienza, ma riuscire a conquistare un posto al suo interno non è facile; perché muoversi al suo interno è come muoversi in un castello fatto di ponti levatoi, cunicoli, torri e passaggi segreti che cambia e si ristruttura di continuo.

La mappa del castello

Viviamo in un mondo rumoroso, bersagliati da continui stimoli. Quali sono i filtri e i meccanismi mentali che ci permettono normalmente di interpretarli e selezionare cosa memorizzare?

  • Il primo stadio è quello della memoria sensoriale che si attiva ogni volta che uno dei nostri sensi registra un cambiamento. Ogni stimolo esterno che non ci sorprende resta rumore di fondo, altrimenti superata la soglia di attenzione, confluisce nella memoria a breve termine.
  • Nella memoria a breve possono entrare solo poche informazioni alla volta e rimanere per un tempo limitato. Vengono infatti trattenute e trasferite nella memoria a lungo termine solo quelle che ci risultano familiari, ovvero che presentano affinità e somiglianza con i nostri ricordi.
  • Infine la permanenza nella memoria a lungo termine non è scontata, dipende da quanto quell’informazione consolida il collegamento con quelle affini già presenti, ovvero dalla frequenza con cui richiamiamo quel ricordo.

Il passaggio segreto

Ma ogni volta che uno stimolo ci procura un’emozione forte questo si fissa direttamente nella nostra memoria, saltando tutti i passaggi.
Ogni formatore dovrebbe allora domandarsi come fare spazio alle emozioni all’interno dei percorsi formativi, in modo da creare dinamiche di coinvolgimento e di apprendimento potenti ed efficaci.
La risposta recita così:

C’era una volta un re, seduto su un sofà, che disse alla sua dama raccontami una storia. E la storia incominciò…“

Fin da piccoli le storie hanno nutrito la nostra fantasia e i nostri sogni. Le storie che ci hanno emozionato sono ancora tutte ora lì, impresse nella nostra mente. Ogni volta che ne ricordiamo una, non riaffiora solo la trama o i personaggi, ma anche la voce di nostra madre, il suo profumo e il calore delle sue mani. Abbiamo trattenuto ogni singolo dettaglio perché l’emozione che provavamo quando le ascoltavamo ha potenziato il normale processo di memorizzazione.
Infatti, di fronte ad una storia  non ci limitiamo ad ascoltare ma entriamo in essa, la abitiamo, muovendoci al ritmo della narrazione insieme ai suoi personaggi, come i suoi personaggi. Questo ci provoca modificazioni a livello fisico, mentale ed emotivo: siamo in quella che si chiama trance narrativa da ascolto. Che non è esattamente come tuffarsi nella storia, è più come lasciarsi trasportare, passando attraverso una serie di differenti stati emotivi.

  1. Contatto, ovvero il momento in cui si incontra la storia. Nel caso dello storytelling per la formazione non può essere un incontro casuale, va progettato e preparato con cura analizzando obiettivi, contesto e target.
  2. Familiarità. Non tutte le storie ci parlano, solo quelle che stabiliscono una relazione con il nostro mondo, che sentiamo vicine, e quindi familiari. Scatta solo così la curiosità, l’interesse, la predisposizione all’abbandono.
  3. Immersione: ci stiamo affidando alla storia, accogliendo in noi il suo mondo. È come entrare in acqua: sentiamo la sensazione sulla pelle e ci piace. L’emozione sale, sospendiamo i giudizi e l’incredulità.
  4. Identificazione. Ora viviamo la storia, siamo parte di essa e i personaggi evocano pezzi della nostra storia personale. Si fondono le identità, le emozioni dei personaggi sono le nostre emozioni. Gli elementi del racconto si innestano nelle nostre autobiografie, diventano parte delle nostre memorie fisiche, emotive e cognitive.
  5. Emersione, la narrazione termina e usciamo dalla trance dell’ascolto e ci guardiamo intorno ma soprattutto ci guardiamo dentro per capire cosa ci ha fatto la storia, come ha agito su di noi. È importante, in questa fase, che il formatore sia lì ad aspettare l’ascoltatore per accompagnarlo fuori dalla storia e fornirgli una chiave di lettura.
  6. Distanziazione. Torniamo nel nostro mondo, ma cambiati. La storia intanto continua ad agire su di noi, riconfigurando il nostro mondo interiore.
  7. Trasformazione. Ci resta dentro una frase, una suggestione, che modifica il nostro modo di vedere le cose, di percepire la realtà, la nostra capacità di interpretarla e intervenire in essa. Ora pensiamo in maniera diversa, agiamo in maniera diversa.

L’apprendimento si realizza quando il formatore accompagna i suoi allievi attraverso ognuna di queste fasi.

Lo storytelling, perché funziona?

Il nostro è un cervello narrativo, ha bisogno di costruire storie per dare senso agli stimoli e collocarli all’interno di uno schema familiare. È l’unico modo di selezionare e strutturare le informazioni che riceviamo, e dare loro senso e rilevanza: altrimenti tutto sarebbe caos e disordine.
La nostra mente cerca sempre di creare coerenza tra tutti gli input, di collegare i puntini e ognuno di noi disegna un percorso diverso perché i puntini del nostro reale non sono numerati, come nella settimana enigmistica.
Ogni storia ha sempre un flusso logico di causa ed effetto, gli eventi sono concatenati, e questo facilita la memorizzazione degli eventi, della trama e dei personaggi.
Praticare lo storytelling permette ai formatori di utilizzare potenti strumenti in grado di riconfigurare gli schemi di lettura del contesto da parte degli allievi, motivandoli all’ascolto e a ripensare ai propri comportamenti.
Ma non funziona con tutte le storie, solo con quelle speciali, quelle che sentiamo che parlano di noi, ovvero che vanno in risonanza con la nostra emotività, con il nostro mondo interiore.

Io parlo, parlo […], ma chi m’ascolta ritiene solo le parole che aspetta. Altra è la descrizione del mondo cui tu presti benigno orecchio, altra quella che farà il giro dei capannelli di scaricatori e gondolieri sulle fondamenta di casa mia il giorno del mio ritorno, altra ancora quella che potrei dettare in tarda età, se venissi fatto prigioniero da pirati genovesi e messo in ceppi nella stessa cella di uno scrivano di romanzi d’avventura. Chi comanda al racconto non è la voce: è l’orecchio.
Italo Calvino, Le città invisibili

Pertanto, quando si costruisce o si sceglie una storia per la formazione occorre:

  • avere chiara la strategia: quali risultati vogliamo raggiungere;
  • conoscere i destinatari e il contesto in cui si muovono,
  • saper ascoltare le loro emozioni e i loro stati d’animo per trasportarli nelle trame e nei personaggi;
  • saper utilizzare il linguaggio delle storie.

Per utilizzare al meglio lo storytelling il formatore deve padroneggiare un linguaggio nuovo, con una sua sintassi e una sua grammatica; alternare vari format narrativi, modificando i consueti ritmi dei processi formativi.
Una learning experience efficace potrà realizzarsi nell’equilibrio tra il reale e il fantastico, combinando fatti e immaginazione. Nutrire l’idea del futuro e del cambiamento, a partire dall’esperienza e dalla competenza.

70:20:10

Le storie facilitano i processi formativi ma agiscono anche ad un livello più profondo nella gestione del sapere aziendale. Permettono di tenere insieme e far viaggiare know how e best practices all’interno dell’organizzazione. Praticare lo storytelling in azienda significa anche uscire dal perimetro della formazione formale, allenando le persone a convertire in storie il sapere individuale per capitalizzarlo e renderlo poi accessibile a tutti.
Ci torna utile il riferimento al modello formativo 70:20:10, il quale afferma che le persone apprendono di più attraverso i canali informali, le interazioni sociali e la pratica sul posto di lavoro, rispetto a quanto non facciano con mezzi più formali. In altre parole, gran parte della formazione è di tipo esperienziale e avviene attraverso tutor, coach e colleghi. È dunque essenziale supportare e facilitare lo scambio e il confronto all’interno dell’organizzazione.
Insegnare a raccontare storie, incoraggiare a raccontarle è uno dei più potenti strumenti con cui l’azienda può far crescere e circolare il suo capitale più prezioso, ovvero il sapere strategico e distintivo, che spesso vive sono solo nelle menti e nelle mani di chi lo utilizza.
La storia dà struttura al sapere, lo fa emergere e viaggiare, dando visibilità e gratificazione a chi lo racconta.
Raccogliere le storie aziendali, raggrupparle, archiviarle, condividerle sono attività che restituiscono valore e continuità alla storia e al valore di ciascuno e ci rendono consapevoli che la Storia dell’organizzazione è anche la nostra storia.

In un certo senso per me raccontare una storia è sempre una sorta di viaggio spirituale, dove però rimani te stesso, cresci, impari qualcosa e passi al livello successivo. È questo quello che conta per me. E io lo applico al cinema, come nella vita personale.
Tim Burton

Scritto da: Lorena Patacchini il 15 Settembre 2022

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