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La Scuola “42 Born to Code” di Parigi

Come potrebbe essere una scuola nuova per tempi nuovi? Un imprenditore può creare un modello capace di stimolare le burocrazie statali? Ne ha parlato Piero Angela il 27 agosto 2015, presentando una singolare scuola parigina.

Negli ultimi 30 anni ho sostenuto più volte che nella scuola si dovrebbero abolire programmi, libri di testo, esami, e orientare gli studenti a risolvere problemi invece di apprendere soluzioni di problemi che non si sono posti. Anche nelle imprese i modelli organizzativi liquidi e destrutturati sono più adatti alla fluidità delle nuove tecnologie. Tutto ciò è possibile? A giudicare dalla Scuola 42, è possibile, realizzabile, efficace. La scuola per giovani programmatori è completamente destrutturata. Non servono titoli per entrare, ma solo una forte motivazione e il superamento di test a difficoltà crescente. Non ci sono programmi, docenti, corsi, lezioni, testi. Non si fanno esami e non si rilasciano attestati.

Tuttavia le imprese più innovative tengono d’occhio i giovani che escono da questa scuola, e sono pronte ad assumerli, o ad affidare loro progetti specifici. Oppure i ragazzi stessi quando escono sono pronti per avviare loro imprese. La scuola, finanziata da Xavier Niel, miliardario francese patron della rete di telecomunicazioni Free, è uno stimolo alla burocrazia e alla politica francesi, basato sul principio che le scuole esistenti sono ancora legate al modello industriale, in cui si devono produrre molte unità della stessa cosa, mentre ora la civiltà dell’informazione richiede di produrre una sola cosa nuova, e poi un’altra. La Ford T doveva essere venduta in tanti esemplari tutti uguali, Facebook è unico e non ha senso farne delle copie, bisogna inventarsi un’altra cosa. Perciò una scuola con strutture e programmi rigidi, che prepari ad eseguire ed obbedire, a ripetere cose imparate, a fare sempre le stesse cose, non è più funzionale al presente e al futuro. Bisogna fare una scuola diversa, che oggi sia capace di preparare al domani.

Ma nessuno sa che cosa servirà sapere e saper fare domani. Perciò non vale la pena fare programmi e piani di studio, né stabilire obiettivi formativi. Si fanno gruppi di lavoro intorno ad un problema proposto da un facilitatore, da un allievo, da un committente esterno, e ci si lavora fino a quando non si sono trovate soluzioni valide. Chiunque ha qualcosa da dire, la dice. Chi sa fare qualcosa, mostra come fare a chi ha bisogno di fare quella cosa. La scuola è sempre aperta, perché le buone idee possono arrivare a qualsiasi ora. L’allievo arriva quando vuole, si siede davanti al primo computer libero che trova, si mette in rete col suo gruppo e lavora. Oppure si siede vicino a colleghi impegnati nello stesso progetto. Se ha voglia di dormire o di fare relax, va in una stanza e lo fa senza rendere conto a nessuno. Alle pareti ci sono opere d’arte che servono a stimolare l’immaginazione dei problem solver. I corsi della durata di cinque anni sono completamente gratuiti. I posti sono 42, quindi c’è una forte selezione per essere ammessi. La scuola rappresenta un modello organizzativo che dovrebbe essere adottato sia nella scuola tradizionale, sia nelle imprese, almeno in quelle ad alto contenuto tecnologico.

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Umberto Santucci

Scritto da: Umberto Santucci il 7 Ottobre 2015

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