Approfondimenti

La scommessa della fiducia e il bene più grande: il Capitale umano

La capacità di donare fiducia è una capacità che illumina: si apre con queste parole di Silvia Camisasca, coordinatrice del filone Megatrend di Exploring the Future, il progetto di Open Education firmato Skilla, l’evento dedicato alla fiducia. Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, inserire un discorso sulla fiducia tra i temi degli appuntamenti relativi ai Megatrend è necessario. Senza fiducia, infatti, nessun altro discorso sulla sostenibilità o sul progresso avrebbe senso. Oggi riusciamo a soddisfare i nostri bisogni solo perché ci fidiamo – e spesso lo facciamo senza neanche accorgercene – dell’altro: dell’azienda che produrrà i beni che consumerò, delle leggi che mi indicano quali comportamenti posso adottare per fare parte della società civile, della scienza che mi racconta come l’essere umano si stia evolvendo.

La fiducia oggi: Michela Marzano ci spiega che cosa manca

Nel 2010 scrive un saggio dal titolo Avere Fiducia. Perché è necessario credere negli altri, e dopo ben undici anni, Michela Marzano, direttrice del Dipartimento di Scienze Sociali della Sorbona e Professoressa ordinaria di Filosofia Morale, torna a parlare di quello che definisce un tema centrale. Ci basta accendere la tv o scrollare l’homepage di qualsiasi social per constatare che la situazione generale, in termini di fiducia, è ai minimi storici. Siamo diffidenti nei confronti di chi ci parla perché non crediamo più a quello che ci viene detto o, per dirla con le parole di Michela Marzano, non abbiamo fiducia nei confronti delle promesse che ci vengono fatte. Questo accade perché la nostra scommessa sull’altro (sui politici, sulle imprese) l’abbiamo persa: l’altro ci ha tradito, dopo averci fatto promesse che non ha mantenuto. Dunque, oggi, non sappiamo più a chi donare la nostra fiducia. Non troviamo più qualcuno o qualcosa su cui valga la pena scommettere. Alcuni sociologi che si interrogano su queste tematiche la chiamano “società inaffidabile”. È quella in cui “tutti dicono tutto e il contrario di tutto”, ed è la stessa da cui nasce il complottismo contemporaneo, ci spiega la Professoressa. Rimettiamo tutto in discussione e non ci fidiamo di quello che ascoltiamo (talvolta, a dirla tutta, neanche di quello che vediamo) proprio perché, memori delle nostre ferite, abbiamo paura che gli altri ci tradiscano di nuovo.

Come si riconquista la fiducia perduta?

Come possiamo smettere di nutrire questa paura, questi dubbi che influenzano il nostro modo di creare relazioni e il nostro sguardo verso il futuro? Siamo fortunati, perché a darci la risposta che desideriamo vengono in nostro soccorso alcuni tra i più grandi scrittori e filosofi di tutti i tempi. Marzano cita Cartesio, che fa del dubbio la base di partenza del suo pensiero. Il dubbio, nel caso dell’intellettuale francese, è un dubbio epistemologico, un dubbio che ha come fine quello di arrivare al sapere: “faccio tabula rasa delle mie conoscenze per capire qual è quell’unica cosa di cui non posso dubitare.” E sappiamo tutti com’è andata a finire: cogito ergo sum, ossia “dato che non posso dubitare del fatto di stare pensando, mentre dubito, sono, dunque esisto.” Nel caso dei complottisti, invece, il dubbio è sistematico: dubito di tutto perché non voglio più fidarmi di ciò che mi viene detto.
Ripartiamo allora proprio da Cartesio. Il fatto di dubitare è lecito e non ha nulla di sbagliato in se stesso, ma se il mio dubitare è costruttivo, non posso non ammettere che mentre dubito compio una grande quantità di azioni che richiedono fiducia, seppur involontariamente.

Il paradosso della fiducia: fondamento e pericolo

Senza fiducia non potremmo neanche alzarci dal letto la mattina, dice Michela Marzano; essa è fondamentale per evitare la paralisi emotiva nel nostro agire. Al tempo stesso, però, porta in sé un grave pericolo: quando mi fido di qualcuno mi rendo vulnerabile. Infatti, sono sempre le persone a cui diamo fiducia a tradirci. Se possiamo disapprovare o trovare deludente un’azione compiuta da sconosciuti, il tradimento vero e proprio si ha sempre e solo per mano di coloro per i quali nutriamo fiducia. Non è necessario che si parli di affetti, in questo caso: può tradirci un partito politico, l’azienda per cui lavoriamo o un nostro collaboratore.
Bisogna dunque trovare il giusto schema, un nuovo sistema in cui la necessità e la pericolosità della fiducia possano incontrarsi senza lasciarci eccessivamente spaventati o vulnerabili.

Il cambio di paradigma: la nuova fiducia

Per secoli è stato insegnato a pensare alla fiducia come ad una conseguenza dell’affidabilità, il che vuol dire che bisognava fidarsi di qualcuno solo quando dimostrava di essere affidabile (non a caso qualcuno prega che sia fatta la volontà di un Dio onnipotente e onnisciente). Così è stato fino al XVIII secolo, prima del quale l’affidabilità e l’onore erano caratteristiche intorno a cui ruotavano intere società. In seguito, con le rivoluzioni industriali, il concetto di onore è stato rimpiazzato dal concetto di interesse: sparisce la necessità di mostrarsi affidabili e prende il suo posto il potersi deresponsabilizzare tramite un contratto su cui apporre una firma. In realtà, sostiene la relatrice, la dimensione contrattuale oggi è importante e richiede anch’essa una certa forma di fiducia, in quanto nessuno firmerebbe un contratto se non credesse nel potere che questo ha di regolamentare alcuni tipi di relazione.
La vera sfida e il vero cambio di paradigma sono possibili, però, solo stravolgendo lo schema per cui la fiducia è conseguenza dell’affidabilità, e non quando sostituisco uno dei due termini con altri valori: io mi fido non se tu mi dimostri di essere affidabile. Mi fido affinché tu diventi affidabile. In altre parole, mi fido affinché tu possa dimostrarmi che posso farlo senza che tu mi tradisca.

La fiducia come chiave della ripartenza

Questo paradigma è una vera e propria rivoluzione nel nostro modo di intendere la fiducia, ma qualcuno potrebbe continuare a chiedersi: a che condizioni posso mettere a repentaglio la mia vulnerabilità? La fiducia porta con sé una dimensione di scommessa tale per cui non è mai possibile azzerare il rischio di essere traditi. Come abbiamo visto, però, chi non si fida si trova in una dimensione di totale paralisi: si potrebbe dire che, lungi dal vivere, sopravvive imbronciato dentro una bolla in cui risuonano complottismo e dietrologia. Allora, esattamente come fece Cartesio, dobbiamo trovare quell’elemento su cui siamo certi di poter scommettere senza essere traditi. Grazie a Michela Marzano scopriamo che questo elemento è molto più vicino di quanto possiamo immaginare: siamo noi stessi. Noi, nella consapevolezza del nostro valore di essere umani, ci riconosciamo come degni della nostra stessa fiducia, cioè del poter credere in noi stessi e poter scommettere su di noi. Acquisita la consapevolezza di chi siamo, ci rendiamo conto anche di ciò in cui ci riconosciamo e di come vogliamo che l’altro ci conosca, ci ri-conosca e, nel più poetico dei casi, ci ami.

A questo punto della discussione, un importante contributo viene dato dal secondo ospite dell’evento, Riccardo Barberis, AD di ManpowerGroup Italia, che ci parla proprio dell’importanza del riconoscimento: oggi le aziende, ambiente con cui costantemente ci relazioniamo, come collaboratori o come semplici fruitori di prodotti, devono essere punto di riferimento per le persone. La struttura piramidale interna alle organizzazioni non funziona più; bisogna pensare a un nuovo modello di cooperazione in cui si lascino emergere le capacità di ognuno, si coltivino le competenze di tutti, e nessuno venga lasciato indietro. Se si vogliono ottenere questi risultati, le aziende devono farsi carico di assicurare competenze e capacità alle persone. La responsabilità d’impresa deve essere valutata anche in termini di cooperazione interna, sviluppo dei talenti individuali, reverse mentoring, diversity inclusion e, chiaramente, fiducia nei collaboratori. Solo uscendo da quelli che Barberis chiama i nostri “cluster”, cioè i ghetti che tendiamo a costruire per ricavarci una zona di comfort (che trovano territorio fertile nella vita lavorativa oltre che in quella sociale), riusciamo a valorizzare l’intera struttura organizzativa nella sua complessità e unicità.
In conclusione, i nuovi modelli che in questa Lectio sono stati presentati, preparano il campo per quella che sarà – ci auguriamo – una transazione culturale che accompagnerà quella tecnologica e quella ecologica, già in atto.

Se non sei riuscito a partecipare all’evento puoi guardarne l’abstract qui di seguito:

Scritto da: Laura Palmizi il 12 Aprile 2021

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