Approfondimenti

Il futuro della popolazione del mondo? Intrappolato nella trappola demografica

La popolazione del mondo non è mai stata così numerosa, così eterogenea e così vecchia.
Sono questi i punti di partenza della Lectio Magistralis tenuta da Letizia Mencarini, professoressa di Demografia alla Bocconi, per il ciclo MegaTrend del programma di open education Exploring The Future.
Queste affermazioni apparentemente semplici sono in realtà poliedri complessi. Prendiamo dunque in prestito le parole di Silvia Camisasca, coordinatrice del percorso, e chiediamoci: che colore ha la demografia?

Non siamo mai stati così tanti

Nel giorno stesso dell’evento, 05 maggio 2021, il live counter di Worldometer segna una popolazione mondiale di 7 miliardi e 800 milioni di esseri umani. Se pensiamo che a inizio Ottocento la popolazione umana aveva appena raggiunto il miliardo di individui, risulta evidente l’impennata demografica che si è registrata negli ultimi due secoli, con una popolazione che si è moltiplicata per 7.

L’analisi di questi numeri, sottolinea Mencarini, genera spesso ansie e preoccupazioni, dovute principalmente alla riduzione dello spazio disponibile e alla questione della sostenibilità «poiché la popolazione è sicuramente uno dei fattori, insieme alla tecnologia e al livello di sviluppo e di consumi, che porta all’inquinamento e alla pressione sull’ambiente».

D’altra parte, un focus specifico sugli ultimi 60 anni mette in rilievo un cambio di tendenza. L’esplosione demografica ha infatti raggiunto il suo picco negli anni Sessanta, un climax che le popolazioni umane sono riuscite a sostenere soltanto grazie alla cosiddetta rivoluzione verde e all’aumento della produzione di cibo, che ha permesso di sfamare un numero altissimo di persone. Da quel momento, però, i numeri hanno cominciato a decrescere: il tasso di incremento annuo della popolazione mondiale, che negli anni Sessanta ha toccato il 2,1%, è oggi sceso allo 0,2%. La cosiddetta bomba demografica è dunque stata superata.

A giustificare un cauto ottimismo sul futuro dell’umanità è dunque il processo di transizione demografica, per cui una diminuzione della mortalità è inevitabilmente seguita da una diminuzione della natalità. Questo «cammino verso la bassa mortalità e la bassa fecondità» spiega Mencarini «sembra ormai essersi avviato in tutti i paesi del mondo».

Non siamo mai stati così eterogenei

È proprio l’andamento della transizione demografica il dato forse più rappresentativo dell’eterogeneità del mondo attuale.
Nei paesi più ricchi il processo di transizione demografica non solo si è da tempo concluso, ma i fattori della mortalità e della fecondità sono diminuiti insieme e non hanno dunque comportato l’esplosione della popolazione che si avrebbe normalmente se la natalità cominciasse a diminuire solo in una fase successiva rispetto alla diminuzione dei decessi, determinando quindi una eccedenza di nascite e una forte crescita della popolazione.

D’altra parte, nei paesi meno ricchi, che nel secondo dopoguerra hanno importato gli avanzamenti in campo medico e tecnologico e hanno dunque cominciato a registrare un calo della mortalità, il calo della natalità non è ancora iniziato e queste aree registrano quindi un robusto incremento della popolazione.

In particolare, se si osserva il tasso di fecondità attuale, ovvero il numero medio di figli pro capite, si registrano enormi differenze fra paesi come l’Italia, con una media di poco più di un figlio per donna, e paesi come quelli dell’Africa sub-sahariana, dove si arrivano a registrare una media di 7 figli per donna. La natalità, sottolinea Mencarini, è il dato essenziale per misurare l’aumento della popolazione poiché è il fattore che più la impatta: il tasso di incremento annuale è molto alto là dove la natalità è alta; in altre parole, le aree dove nascono tanti bambini sono invariabilmente quelle in cui la popolazione cresce di più.

Questa differenza di incremento della popolazione fa sì che alcune aree crescano più delle altre, determinando una diversa distribuzione della popolazione, con l’Africa in forte crescita, mentre la popolazione in altri continenti – inclusa l’Asia, la cui popolazione al momento costituisce la maggioranza mondiale – vanno riducendosi.

Nel lungo periodo, dovrebbe però esserci una convergenza dei comportamenti demografici e si crede che «un futuro più o meno lontano sia comunque per un’umanità post transizionale, dove la sopravvivenza sarà lunga e la fecondità sarà bassa». D’altra parte, i tempi e i modi di questa transizione sono ancora incerti, come vedremo più avanti.

Non siamo mai stati così vecchi

Il terzo dato evidenziato da Mencarini rispetto alla demografia mondiale di oggi e di domani è che il mondo sta diventando progressivamente più vecchio. L’invecchiamento della popolazione, già in corso nei paesi più ricchi, sarà un fenomeno globale del futuro. Ma anche il dato dell’invecchiamento può essere complesso e certamente relativo.

A livello internazionale, si riconosce la data dei 65 come soglia di inizio dell’età anziana, essenzialmente perché in passato, per esempio negli anni Settanta/Settanta, a 65 restavano 15 anni in media da vivere.

D’altra parte, se ci chiediamo a quale età ci sono oggi 15 anni di vita residua, la soglia di inizio della vecchiaia si sposta in avanti, ben oltre i 70 anni. Se ci focalizziamo su questa soglia, anziché sul dato rigido dei 65 anni, vediamo che la parte di popolazione che ha in media 15 anni di vita residua è invariata da oltre un secolo e rappresenta poco più del 10% della popolazione.

Anche l’invecchiamento è dunque un dato relativo, senza però trascurare il fatto che l’allungamento della vita determina inevitabilmente un aumento della popolazione fragile e quindi degli anni di vita vissuta con limitazioni. Un dato da tenere a mente soprattutto quando si gestiscono i budget dell’assistenza sociale e della sanità.

L’incognita dell’Africa

Se proviamo a fare previsioni, il futuro della demografia umana sembra dipendere dalle tendenze africane. L’Africa resta infatti un’incognita: le previsioni sulla popolazione nel 2100 variano da 5 a 2,5 miliardi di persone e questo gap dipende essenzialmente dal fatto che, se alcuni paesi stanno registrando una diminuzione della natalità, ci sono altre aree in cui la natalità non accenna a diminuire.

Una diminuzione della fecondità in queste aree porterebbe vantaggi significativi: se nascono meno bambini, diminuisce la popolazione dipendente; questo determinerebbe un dividendo demografico, ovvero «una finestra di opportunità in cui ci sono tante persone adulte che possono lavorare e produrre e poche persone da mantenere. Ma – aggiunge Mencarini – ovviamente il dividendo non è una cosa automatica, ma va colto e messo a frutto» attraverso investimenti in capitale umano (istruzione) e creazione di opportunità di lavoro, per evitare instabilità sociale e flussi migratori.

La vera domanda è dunque: i paesi africani sapranno sfruttare appieno il dividendo demografico? Molto dipende dalla capacità di superare la spirale negativa della trappola malthusiana, ovvero il circolo vizioso che parte da una situazione di povertà e scarsità di cibo e risorse, la quale determina fame e malnutrizione, che a sua volta provocano malattie e alta mortalità infantile, che si accompagna a un alto numero di figli, che provoca un aumento generale della popolazione, che a sua volta genera povertà familiare e globale.

Un fattore che potrebbe incidere in maniera determinante è l’investimento sull’istruzione, che determinerebbe un quasi automatico abbassamento della natalità, poiché i genitori più istruiti tendenzialmente fanno figli più tardi e investono di più sui figli, che quindi costano di più e per questo si sceglie di farne meno. Anche se saranno comunque necessarie 2 o 3 generazioni perché un calo delle natalità abbia effetti sull’aumento della popolazione.

Formazione e Lavoro

La Lectio si chiude con un focus sulla situazione in Italia, caratterizzata da una popolazione in calo, invecchiata e con un alto tasso di dipendenza, nonché segnata da una riduzione della natalità. Tendenze in linea con gli altri paesi ricchi, che come il nostro si attestano sotto la soglia di rimpiazzo delle generazioni, ma quella italiana è la situazione più critica sia per la fecondità straordinariamente bassa, sia perché la bassa natalità non è compensata da sufficienti flussi migratori in entrata.

Questa dinamica della popolazione, fatta di decessi, nascite e migranti determina la trappola demografica in cui ci troviamo e da cui forse potremo uscire mettendo le persone in età fertile in condizione di fare più figli. Senza trascurare le fasce più anziane della popolazione, è necessario investire sui pochi giovani che abbiamo e da cui dipende il nostro futuro. «La demografia – sottolinea la professoressa – ha tempi più lunghi di quelli della politica e dell’economia». Non basta dunque una singola misura per invertire una tendenza; è necessario avviare un piano di lungo termine che includa investimenti su servizi, politiche di conciliazione, spinta alla parità di genere, ma soprattutto lavoro. Le paure dei giovani, sottolinea Mencarini, sono legate principalmente al mercato del lavoro: non si fanno figli senza garanzia di un reddito. È dunque necessario che si favoriscano riforme che portino all’inserimento stabile, agevolato, ben pagato dei giovani, che favorisca i loro progetti di vita.

La parola passa inevitabilmente a Marco Granelli, Presidente di Confartigianato Imprese, il quale sottolinea che «questi fenomeni demografici ci obbligano a ripensare un modello di sviluppo economico-sociale e a fare leva sulla qualità del produrre, sul rispetto delle persone, sul lavoro che dà dignità». Granelli sottolinea la creatività e l’ingegno con cui le aziende stanno affrontando le nuove sfide, ma sottolinea anche l’importanza della formazione della forza lavoro, che inizia nelle scuole e prosegue nelle aziende, poiché le competenze e le specializzazioni hanno un impatto diretto sulle possibilità lavorative. Il lavoro e la formazione ancora una volta elementi chiave per generare circoli virtuosi.

Se non sei riuscito a partecipare all’evento puoi vederne qui di seguito un abstract:

Scritto da: Federica Sbaffo il 13 Maggio 2021

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