Approfondimenti

Dall’azienda all’Università e ritorno. Per una formazione che superi obsolescenza e banalità

Fin dalle prime LECTIO MAGISTRALIS  del percorso Learning di Exploring the Future, che Skilla ha organizzato con Sirem, è emersa la forte analogia tra i problemi presenti nella formazione, sia essa scolastica, universitaria o aziendale. La constatazione di tale parallelismo e la possibilità di individuare potenziali sinergie, credo, sia stato il filo rosso che lega gli incontri. Un secondo tema è la percezione di essere in mezzo al guado, tra la necessità di un’innovazione non più rimandabile e resistenze conservative di chi vuole ancorarsi a vecchie certezze e lo fa fingendo di difendere valori obsoleti.

Il tema della innovazione e della centralità della formazione per far fronte alla congiuntura attuale indirizzano l’agire didattico sulle competenze e sulla capacità di lavorare sulle traiettorie dei soggetti, a un tempo personali e professionali. Chi entra in formazione oggi non chiede solo informazioni e conoscenze, ma vuole discutere e risolvere i problemi che incontra e anche acquistare una visione migliore di sé (Magnoler). Il formatore reinterpreta l’esperienza dei formandi ed essa fornisce i mattoni con cui costruire  una nuova conoscenza.

In tale ottica il formatore opera nel digitale visto come cultura, più che come dispositivi. La flessibilità, l’immersività e l’aggregazione fanno parte di tale cultura e da essa derivano gli ambienti ibridi (Trentin – Apprendimento mobile senza soluzione di continuità negli spazi ibridi)  e una nuova postura del formatore. Egli da erogatore di conoscenza diviene sempre più un coach che accompagna nella risoluzione di situazioni problematiche: tema questo presente in quasi tutti gli incontri. Contemporaneamente diviene essenziale puntare su un nuovo ruolo di colui che si forma e dello studente. Si fa perno sulla sua autonomia, sulla sua auto-determinazione e capacità di auto-apprendere (Bochicchio – Self direction in Learning tra autodeterminazione del soggetto e autoregolazione del processo). Su questa strada le esperienze di qualità maturate in ambito aziendale hanno fatto da apripista: nella formazione in servizio l’adulto porta un bagaglio ricco di esperienze e utilizza quanto apprende per l’analisi dei problemi che vive giornalmente e della sua professionalità.

Ma emergono anche le difficoltà. Come detto, la formazione è in mezzo al guado tra resistenze che vorrebbero valorizzare vecchi modelli non più in grado di rispondere alle esigenze attuali, ma padroneggiati dai formatori, e desiderio di innovazione per rispondere alle richieste sociali attuali. Troppo spesso si sentono voci anche su quotidiani molto diffusi basate sul buon senso e su culture obsolete. Si ritrovano interventi di pseudo-esperti che ripropongono l’esaltazione gentiliana dei saperi, come se pensare anche alla competenza li negasse, e la visione della didattica come tecnica che svilisce la cultura. Non si percepisce l’importanza che oggi hanno processi educativi capaci di far dialogare in profondità saperi disciplinari e saperi pratici, processi di produzione di conoscenza e processi di costruzione del sé. Tutti parlano di formazione, tutti si sentono esperti di formazione e spesso le proposte che loro suggeriscono si basano sul buon senso di un tempo, tipico della “tata” che apparentemente rassicura, ma non anticipa il futuro e non risolve i problemi in profondità.

A livello scolastico e universitario tali resistenze si reificano contrapponendo discipline a competenza, un sapere da acquisire alla capacità di risolvere e affrontare situazioni sfidanti. In azienda ugualmente è difficile abbandonare vecchie pratiche basate sulla lezione frontale che non valorizzano l’alternanza. La contrapposizione è anche tra una formazione vista come obbligo, per il soggetto e per l’azienda, e una formazione che permetta di riflettere sul senso stesso dell’organizzazione e del sistema, colta dal management con interesse e non con sopportazione. Una formazione non percepita come risorsa deriva da una visione distorta di certi percorsi di formazione obbligatoria, che se da un lato colgono l’inevitabilità del Long Life Learning, sono stati erogati da certe agenzie formative solo come fonte di lucro e acquisizione di crediti. La formazione alla sicurezza ne è un esempio: l’aumento spaventoso delle morti sul lavoro sono agli occhi di tutti e richiedono una nuova sensibilità al problema che la formazione dovrebbe attivare, ma le proposte formative sono viste come dovere da assolvere nel modo più indolore possibile.

Il percorso Learning di Skilla è un tentativo di cogliere le sfide attuali e di riflettere sui modelli didattici. Si è partiti dal micro-learning (Rivoltella – Il microlearning. Da teoria dell’apprendimento a metodologia didattica: mobile learning, Just-in-Time-Teaching, EAS) cercando di comprendere quali formati compatti e modulari possano coniugare la riflessione a una formazione che possa essere fruita nel quotidiano. Ritorna lo stile della pillola formativa, che inserisce la formazione nella vita lavorativa, alternando giornalmente brevi spazi di formazione digitale alle proprie attività lavorative. Si è poi approfondito il ruolo dell’interazione (Ranieri- Interagire e collaborare in rete: come le tecnologie possono supportare l’apprendimento attivo) cogliendo come il digitale permetta di costruire reti che a un tempo connettono messaggi e gli attori, costruendo sia conoscenza sia comunità.

Contemporaneamente sono stati analizzati alcuni strumenti che grazie al digitale stanno fornendo nuove potenzialità alla formazione, ma anche intorno ai quali sono stati creati miti e favole metropolitane. Uno di tali miti è il MOOC (Limone-MOOC: potenzialità e prospettive per i sistemi formativi italiani). È uno strumento potente, ma va inserito sapientemente in un progetto né può essere attribuito a esso un potere taumaturgico, né visto come una nuova modalità di didattica.

Altro tema da approfondire per le sue potenzialità formative è il video (Bonaiuti- L’impiego dei video nella formazione online). I video possono essere il canale per erogare la formazione e uno dei materiali da inserire nella formazione per riflettere su processi e problemi. In entrambi i casi va compresa la grammatica del media superando una visione diffusa che ritiene comunque efficace una comunicazione video. Vi è poi un altro tema di cui oggi si parla molto: l’Intelligenza Artificiale (Panciroli- Intelligenza artificiale e formazione: esempi di come l’IA sta trasformando i processi di apprendimento). Potrebbe permettere di favorire la personalizzazione dei percorsi, ma occorre anche capire come opera effettivamente e come debbano essere ripensati i processi e la formazione perché possano sfruttare le potenzialità dell’AI e anche quale debba essere la postura del formatore in parte virtualizzato dall’IA.

Se cambiano le metodologie didattiche, cambia la valutazione (Giannandrea- Valutare e certificare percorsi di formazione blended) che non può verificare solo l’acquisizione di conoscenze, ma deve comprendere come valutare le competenze e la capacità di muoversi e operare nei contesti pratici (Magnoler e Pacquola – Come certificare il formatore nel digitale).

Le sfide sono molte e molti i temi da approfondire per affrontare il nuovo senza nessuna paura o illusione, ma con un approccio critico e profondo. Vanno evitate contemporaneamente sia l’euforia per la tecnica, sia la sua demonizzazione e superate quelle contrapposizioni tra presenza e distanza, e tra presenza fisica e virtuale, troppo spesso presenti nelle dispute televisive e giornalistiche.

Scritto da: Pier Giuseppe Rossi il 6 Ottobre 2021

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